IL PROF RACCONTA

Il ricordo del Duca D’Aosta a 80 anni dalla morte

Cimeli risalenti alla Grande Guerra. A destra la croce della terza armata comandata da Emanuele Filiberto, padre di Amedeo D’Aosta.

A Nyeri, una cittadina keniana non molto lontana dalla capitale Nairobi, è presente un sacrario italiano che ospita le spoglie di oltre seicento soldati caduti durante il secondo conflitto mondiale e quelle del loro comandante: Amedeo D’Aosta, soprannominato il Duca di ferro. Fu lo  stesso Principe a richiedere di essere sepolto tra i suoi compagni d’arme, esattamente come fece suo padre, Emanuele Filiberto, che riposa a Redipuglia tra i fanti dell’invitta Terza Armata. Da questo particolare è possibile sottolineare il legame fortissimo tra il Duca e ed i valori e le tradizioni di Casa Savoia, che segneranno tutto il suo percorso terreno. Amedeo è ricordato come l’Eroe dell’Amba Alagi, la montagna etiope dove, da comandante superiore delle forze armate in Africa Orientale, fu protagonista dell’eroica resistenza agli inglesi che, dopo la resa, gli tributarono l’onore delle armi in segno di profonda ammirazione. L’azione sull’Amba Alagi valse al Principe il più alto riconoscimento militare: la medaglia d’oro. Re Vittorio Emanuele III si preoccupò di inviare al Duca un telegramma con la notizia del conferimento che così dettò: “Ho seguito con viva affezione e con ammirata fierezza le tue opere di comandante e soldato. Ti ho conferito la medaglia d’oro al valor militare desiderando premiare in te anche coloro che, combattendo ai tuoi ordini, hanno bene meritato dalla Patria”.  L’epopea africana è senza dubbio il punto più alto dell’eroismo del Duca, ma esso nasce molti anni prima e precisamente durante la Grande Guerra quando, a soli sedici anni, con il permesso del Re poté arruolarsi prima nelle “Voloire”, le batterie di artiglieria a cavallo, e successivamente nel “34^ artiglieria da campagna”. L’adolescente Amedeo dimostrò subito grande impegno e temerarietà; partendo da semplice caporale avanzò più volte di grado per meriti di guerra fino a diventare tenente ed ottenne la medaglia d’argento al valor militare sul monte Debeli. Il suo operare destò l’ammirazione dei compagni d’arme che, nonostante fossero molto più anziani di lui, mostravano reverenza verso quel ragazzo alto circa due metri che si mostrava sempre sorridente ed operativo. Il Duca vivendo il dramma di Caporetto scrisse ai superiori queste parole: “Non fa nulla: ritorneremo qui presto, molto presto, e andremo più avanti ancora”, parole che dimostrano la grande maturità e l’estrema resilienza del suo animo nonostante la giovanissima età. Quel “ritorneremo” concluderà molti anni più tardi l’ultimo suo  messaggio inviato in Italia prima di consegnarsi al nemico ed evitare ulteriori sofferenze ai suoi soldati rimasti privi di viveri e munizioni sull’Amba Alagi. Finita la Grande Guerra e laureatosi in legge a Palermo si recò in Congo, col falso cognome di Cisterna, per mettersi alla prova in un contesto dove nessuno lo conosceva e dove non avrebbe potuto godere di privilegi. Allo stesso modo quando suo padre lo portò al fronte durante la guerra lo presentò al generale Petitti di Roreto con due parole: “nessun privilegio”. In Congo Amedeo dimostrò grandi capacità così da arrivare a dirigere un’azienda di saponi partendo dalla qualifica di operaio; poi, spostatosi in Libia, fu per anni impegnato dal punto di vista militare. Nel 1937 divenne Viceré di Etiopia e qui in cui combatté da comandante superiore la Seconda Guerra mondiale. Tra le più grandi passioni della sua vita ci fu il volo a cui si avvicinò grazie all’incontro con Arturo Ferrarin, un celebre pilota da caccia. Il suo amore per gli aerei era conosciuto da tutti, anche dagli inglesi, che per un po’ di tempo gli cedettero il comando del velivolo che lo portava verso la località di detenzione. Prigioniero in Kenya chiese di poter incontrare i suoi soldati ma non fu accontentato e poté solamente vederli, con gli occhi gonfi di lacrime, passando con l’automobile davanti alla recinzione del campo in cui erano reclusi. Quel momento fu l’ultimo che poté dedicare ai suoi uomini perché la malaria, dopo breve tempo, avrebbe debilitato definitivamente il suo fisico già provato dalla lotta sull’Amba Alagi. Si spense serenamente il 3 marzo del 1942 congedandosi con queste parole: “come è bello morire in pace, con Dio, con gli uomini, con se stesso. Questo solo è quello che veramente conta”.

Vincenzo Di Noia: docente e membro INGORTP