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It’s coming TO Rome. La finale vista da un italiano vissuto in Inghilterra

Sudavo solo al pensiero. Chissà quanti messaggi mi sarebbero arrivati dai miei vecchi amici per prendermi in giro, per dirmi che avevano ragione loro, con quella frase da nausea che canticchiavano da mesi.

Sì, era una sfida che durava da più di 30 anni. Più o meno da quando le squadre italiane iniziavano a regnare in Europa, spodestando le grandi Nottingham Forest e soprattutto il Liverpool dopo anni consecutivi di dominio. La pressione prendeva piede dopo la Strage dell’Heysel, in particolare dopo l’estromissione delle squadre inglesi dalle competizioni europee.

E loro, i miei compagni di scuola, se la legarono al dito. Era colpa nostra, dei “mafia and pizza”. Da quel giorno in poi, le squadre italiane, sia la Nazionale che di club, dovevano perdere, a prescindere dalla nazionalità dell’avversaria. Proprio loro, capaci di tirare ancora in ballo la Seconda Guerra Mondiale e la storica “rivalità” con i tedeschi, sarebbero stati disposti a tifare una squadra germanica piuttosto che i ritardatari, mangiatori di pasta e donnaioli degli italiani.

E cantavano. “Football’s coming home”.

Three Lions, brano pubblicato nel 1996 da Baddiel, Skinner and the Lightning Seeds, tornato nelle classifiche inglesi durante EURO 2020

Stavolta ci credevano davvero. Stavolta non ci sarebbe stato Toto Schillaci a togliere la palla dai piedi distratti di Peter Shilton, negandogli persino il terzo posto. Stavolta sarebbe mancato il “cucchiaio” di Pirlo per ribaltare l’andazzo dei rigori. Stavolta non ci sarebbe stata l’incornata di Mario Balotelli a zittirli.

No. Questa volta no. Era il loro momento. Avrebbe portato “giustizia” per il rancore portato dietro da anni, una specie di invidia di noi, nazione calda, affettuosa, lottatrice, capace di rialzarsi dalle ceneri di un Mondiale mancato, seguito dalla pandemia.

No. Non in casa loro. Non con tutte quelle stelle “divine” allineate – la Regina, il 1966, il calendario, la sede, e persino il tifo, tutti a loro favore.

Ormai la storia è nota. Eppure quel disastro dopo meno di due minuti è servito per mostrare al mondo, ma soprattutto a loro, che non muoriamo mai, che non smettiamo di lottare, anche quando è tutto contro, anche quando pare che tutto stia andando per il verso sbagliato.

Il calcio che diventa esempio di vita.

Una vita dove può succedere di tutto, dove non è un peccato cadere ma è un peccato non provare con tutte le proprie forze a rialzarsi.

I miei amici resteranno tali, a prescindere da Brexit, confini, passaporti, restrizioni e da come gira il pallone. Tuttavia, quella sera e per tanti giorni a seguire, la soddisfazione è stata mia, tutta mia. I loro messaggi non sono arrivati, ne per prendermi in giro, ne per congratularsi. Si è solo sentito l’eco, subito imbottigliato nella scatola del rancore, di un amico convinto che il nostro Capitano andava espulso per aver compiuto un fallo tattico che rimarrà per sempre nella storia. Non sapeva ancora che quella strattonata alla maglietta di Saka da parte di Chiellini sarebbe diventato un tatuaggio da tenersi stretto – non uno da farsi cancellare, come ha scoperto un tifoso precipitoso che si era già tatuato data, coppa e Tre Leoni, insieme a quella frase nauseabonda.

L’intervento su Saka del capitano, Chiellini – gesto di “sopravvivenza” tattica

La loro vendetta dovrà aspettare.

E il coro che cantava “It’s coming home”, veniva sostituito dalle urla di gioia sgrammaticate non solo degli italiani, ma di quasi tutto il mondo.

“It’s coming Rome!”

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